lunedì 25 febbraio 2008

l'odore della nebbia

a volte la chiedi e ti viene concessa. quando hai bisogno di sentirti isolato e non hai voglia di concentrarti sul mondo. perché vuoi sentire solo te stesso.

è una settimana che c'è la nebbia, qui. mi sveglio la mattina e la ritrovo appoggiata al mio davanzale. ogni giorno. costante e instancabile.

è invisibile, la nebbia. ma con una presenza corposa, densa. la posso toccare, sentire. è appesa alle mie ciglia, mentre passeggio. si intrufola tra i miei capelli, increspandoli.

è misteriosa e affascinante, la nebbia. cela dietro una cortina vaga le cose, le persone. gioca a nascondino e mi sorride, ammiccante. a volte mi sfida, sorniona, a cercare una risposta nel suo biancore, a giocare a nascondino una partita che la vedrà vincitrice.

è umida e malinconica, la nebbia sul lago. piano piano mi prende per mano e mi accompagna tra i ricordi. e instilla tra i miei pensieri qualche rimpianto, senza che me ne accorga. è subdola, la nebbia.

è democratica, la nebbia. la foschia si fonde con l'acqua, le nuvole e il cielo, rendendo tutto una indistinguibile distesa lattiginosa. avvolge i colori e le forme, affettuosamente. e assorbe i rumori in una campana di silenzio ovattato.

è senza tempo, la nebbia. mi sembra di essere in un altro mondo, dove non esiste lo scorrere dei secondi. è solo il battito del mio cuore a spezzare quest'aria liquida, ferma e immobile.

non ha sapore, la nebbia. ma ha un odore così acuto che mi penetra le narici senza fare rumore. e mi fa il solletico. è un fumo spesso che sa di metallo, di rugiada e sottobosco. è diverso da quello della pioggia, è più acre. denso, pesante, pastoso, attaccaticcio. questo è l'odore della nebbia.

sabato 24 novembre 2007

dedicato ai calabresi che invadono allegramente il mondo, e ai cinefili

dopo di che si fece molto tardi. dovevamo scappare tutt’e due, ma era stato grandioso rivedere Annie, uhm.. mi resi conto che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla. e io pensai a… a quella vecchia barzelletta, sapete, que... quella dove uno va dallo psichiatra e dice -"dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina" e il dottore gli dice -"perché non lo interna?", e quello risponde: -"e poi a me le uova chi me le fa?". beh, credo che corrisponda molto a…a quello che penso io dei rapporti uo...uomo-donna e cioè che sono assolutamente…irrazionali e pazzi e assurdi e... mm...ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
[dal film Io e Annie, di quel geniaccio ipocondriaco e autoironico di zio woody]

martedì 6 novembre 2007

Una giornata (quasi) perfetta.


quando ho poggiato i piedi per terra, l’altra mattina, nulla lasciava presagire che qualcosa di speciale vorticasse nell’aria.

pantofole, bagno, colazione. solito giro in cerca di lavoro. un pomeriggio passato a fare un po' di pulizia tra i file musicali del computer.

poi tutto è cominciato. piano piano, senza che me ne accorgessi.

ho riscoperto un sacco di cose che non sentivo da tempo, così ho alzato il volume su una vecchia canzone di guccini, e ho sorriso. poi fiorella mannoia. e ho iniziato a cantare. d'un tratto mi è venuta voglia di fare una doccia calda, rilassante. ma appena ho aperto il rubinetto della vasca mi è venuto automatico mettere il tappo. bagno, e sia. ho aspettato trepidante che l’acqua bollente riempisse la stanza di vapore, ho versato il pino silvestre guardandolo fare le bolle, una schiuma profumata e iridescente. poi lentamente mi sono immersa in quell’atmosfera fumante. e ho ascoltato. la musica, di là in camera. il mio corpo che assorbiva calore e si rilassava. l’acqua che sciabordava contro le pareti della vasca e mi accarezzava le orecchie. e i miei pensieri, magicamente tranquilli e sereni. non so quanto tempo sia rimasta lì, a farmi cullare nel più completo abbandono.

la sera sono stata all’auditorium: concerto di ludovico einaudi. come al mio solito sono arrivata di corsa e concitata, all’ultimo momento. ma ecco, sono in sala. mi sono seduta sulla mia poltroncina rossa, si sono spente le luci. e subito è stato silenzio. tutto sul palco era nero e luce, poi il pianoforte ha vibrato le sue prime note nell’aria. è stato come un fiume in piena, un fuoco caldo che dallo stomaco mi ha pervaso il corpo, facendolo risuonare all’unisono con la musica. Ho pianto, i primi dieci minuti. sorridendo. poi mi è venuto da pensare a mille cose, e la mia mente è andata a ruota libera, in un susseguirsi di immagini e sensazioni. La mano di sara sul suo pancione, il suo sguardo luminoso. le coccole di mia mamma. una giornata di pioggia a guardare fuori con la fronte sul vetro rigato di gocce. gli sguardi complici con mia sorella. una chiacchierata memorabile con un'amica davanti a una cioccolata calda. le mani di mio papà. e mi è venuta voglia di ballare al tramonto sulla spiaggia, con uno scialle rosso. di camminare a piedi nudi su un prato in primavera. di stare con i miei amici, di ridere con loro. di guardare il mare, il cielo e l'orizzonte, come sulle calanques. E mi è venuta voglia di fare l’amore, fare l’amore, fare l’amore.

mercoledì 24 ottobre 2007

e la mente va...

Sono sul treno. sto leggendo "come smettere di farsi le seghe mentali". mi sono accoccolata contro il finestrino, ho allungato le gambe e mi sono rilassata dopo l'ennesima corsa per non perdere il treno. sono una donna in ritardo. perennemente in ritardo.
leggo mezza pagina e poi alzo lo sguardo al cielo. com'è bello il cielo dal finestrino di un treno. il sole è appena sorto, c'è ancora una luce dorata che timida si fa spazio tra le nuvole piatte per abbracciare il mondo. a fianco a me, in alto, corre sicuro un filo elettrico, fedele compagno di viaggio.
l'elettricità.. oddio, non sto dando retta ai consigli elargiti dall'autore del mio libro... è tutta colpa del treno. e del cielo mattutino. fanculo. ho deciso che è meglio seguire joyce.
guaro il filo e mi domando come funziona un treno, perché si muove. grazie, lo sapevo anche prima che è per l'elettricità... ma cosa vuol dire? una volta era più semplice capire il mondo, conoscerlo. bastava guardare un po' a fondo, magari. ma bastava osservare. punto. benedetto metodo scientifico!

una stanza illuminata.

c'è una candela poggiata sul tavolo che proietta ombre lunghe e danzanti. è semplice. lo stoppino, la cera, il fuoco. è tuto sotto i nostri occhi, senza segreti. nessun trucco.

c'è un lampadario che pende dal soffitto. una lampadina illumina la stanza in maniera omogenea, netta, precisa. stavolta è più complicato. il vetro, i filamenti di tungsteno, i cavi elettrici, l'interruttore. e l'elettricità. un'energia misteriosa che si nasconde, da qualche parte. ci sfugge, divertita, sorride sorniona. ha potere, lei.

sarebbe bello poter smontare la cassetta di un interruttore, staccare e tagliare qualche filo e capire. come una volta, quando bastava guardare dentro, alle cose, per comprendere il mondo. come da bambini. abbiamo disimparato a farlo. gli automatismi ci hanno tarpato le ali, rendendo le cose scontate alla vista e alla mente.
per questo facciamo fatica a osservare a fondo, e il senso di tutto ci sfugge.
per questo faccio fatica a leggere l'animo umano, a capire i comportamenti di chi mi circonda.
per questo faccio fatica a leggere persino me stessa.